lunedì 23 aprile 2012

Professionisti del fallimento di un Paese


“Dovunque noi saremo, colà sarà Roma”, disse Giuseppe Garibaldi quando francesi ed austriaci posero fine nel 1849 alla breve ma eroica esperienza della Repubblica Romana, esemplare laboratorio politico per l’intera Europa di idee democratiche basate sulla laicità dello Stato, sull’affermazione dei diritti civili e attenzione alla condizione dei lavoratori, sull’intangibilità della proprietà privata e sulla responsabilità di chi governa nei confronti del Popolo. Roma per cinque mesi da uno stato di secolare arretratezza diviene precursore di quel socialismo liberale di cui un secolo dopo Carlo Rosselli si farà promotore arricchendo l’incommensurabile fase storica della Resistenza antifascista e contribuendo a porre basi solide e durature al nascente spirito dell’Italia repubblicana, di cui la nostra Costituzione è il più alto simbolo.
Esempi di personalità che nella fase storica in cui vissero diedero qualcosa che andava oltre se stessi, personalità che in epoche ed in contesti differenti agirono per qualcosa di cui non erano stati investiti e di cui non avevano la reale percezione, ma di cui avevano intuito la grande aspirazione: la Comunità.
La Comunità di giovani, donne e uomini mossi dallo spirito risorgimentale, così come la Comunità nazionale che con estremo sacrificio e ineguagliabile orgoglio reagì alla deriva antifascista attraverso la Resistenza.
Oggi il nostro Paese vive un momento difficile, in cui l’austerità è d’obbligo e l’ordinaria amministrazione deve cedere il passo alla straordinarietà degli eventi. La nostra Comunità necessità di uno sforzo collettivo se non vuole implodere, da cui nessuno può esimersi, specie chi era nella cabina di comando della nave che oggi va a fondo.
Ma l’(ormai) ex Onorevole Cristaldi in un’intervista a “La Repubblica” è categorico sul suo ingaggio e sui soldi che ritiene debba ricevere: “Ancora troppo pochi, ancora niente per quello che faccio, per il lavoro che produco, per i sacrifici e lo stress di una vita di corsa”, che ha ritoccato del 30 per cento la sua indennità di sindaco che adesso ammonta a 4817 euro ed agli occhi del sindaco appare tuttavia come una somma “modesta, piccina”; ai quali si aggiungono 3500 euro di vitalizio maturati da presidente dell’Assemblea siciliana e 5839 euro di vitalizio da Deputato.
“Troppo pochi soldi, ancora troppo pochi. Tu vuoi che governi e lo faccia bene? E allora paga”, conclude il sindaco. Altro che Comunità! Cristaldi, come i suoi colleghi, chiede il conto di ciò che ritiene gli sia dovuto, senza dar conto ai cittadini di ciò che invece sarebbe loro dovuto. La politica come “missione” ha ceduto il passo alla politica come affermazione, senza esclusione di colpi. E poco importa se al giorno d’oggi non esiste vincolo di responsabilità degli eletti nei confronti degli elettori, visto che in Parlamento non siedono più rappresentanti del Popolo, ma discepoli investiti nelle segreterie di partito da mistici personaggi “unti dal signore” e capi tribù avvezzi a riti celtici che comunicano emettendo peti attraverso la bocca.
Esattamente cos’ha fatto di più il sindaco, per essere così esigente in termini economici, rispetto ad un ricercatore precario che, seppur rappresenti l’eccellenza di un Paese che stenta a crescere, preferisce emigrare ed essere gratificato piuttosto che vivere nella precarietà dei suoi ottocento euro mensili a progetto? Cosa ha fatto l’ex parlamentare e la sua generazione di dirigenti politici alla guida del Paese e della Regione oltre ad aver agevolato l’esodo di più di 70 mila giovani ogni anno che dal Sud si spostano al nord perché la propria Regione vive in uno stato di perenne arretratezza che fa comodo a molti? Perché dovremmo pagare fior di quattrini per un “professionista” che insieme alla classe politica di cui ha fatto parte a Montecitorio ha preso atto del proprio fallimento, lasciando il passo ad un governo di tecnici per la palese incapacità di governare ulteriormente?
Cito le parole di Gramsci ne “Gli Indifferenti”, poiché non esiste esempio più alto di un uomo che di fronte a se stesso si interroga su quanto ha fatto e su quanto c’era da fare: “Odio gli indifferenti […] alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente […] . Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime”.
Roberto Asaro