“Ogni Popolo
ha il governo che si merita”. Citazione comunemente usata ma sulla quale non
capita spesso di soffermarsi a pensare concependola in quanto conseguenza delle
scelte fatte dagli elettori nel segreto delle urne e della loro attenzione nei
confronti dell’evoluzione delle dinamiche politiche.
Ma di questi
tempi i cittadini sono privati persino dell’indispensabile responsabilità di
scegliere i propri rappresentanti, siano questi eletti nelle Camere o membri
del Governo e nel vivo di una situazione emergenziale ci appare drammaticamente
come dall’Italia la Politica latita da
un bel po’ di anni.
Il sistema
politico italiano ha dimostrato di non avere interpreti adeguati e capaci di
rappresentare al meglio il Paese, che invece di adoperarsi per lasciare che una
nuova e competente classe politica riscatti i cittadini, continua a perseverare
nel mantenimento delle posizioni acquisite, ritardando artificiosamente
quell’inevitabile processo di rinnovamento che storicamente avviene in maniera
naturale o attraverso un momento di
rottura.
Da quarant’anni
viviamo in un sistema politico blindato, obsoleto, paragonabile all’Inghilterra
del primo Costituzionalismo, quando il Re nominava a vita i membri della Camera
Alta che trasmettevano per eredità il proprio mandato. La classe politica del
nostro Paese ha ormai perso quell’empatia che deve legarla al Popolo per
capirne e condividerne i sentimenti e le intenzioni.
Persino la retorica,
ormai vacua e sterile, è stata privata degli intenti dei Sofisti, alla quale
avevano attribuito un’imprescindibile funzione educativa volta a mantenere viva
l’attenzione del demos.
Conseguenza
dell’inadeguatezza e delle imperiture frizioni di una classe politica che si ricicla
piuttosto che rinnovarsi, è la contemporanea tendenza alla tecnocrazia. I
partiti attraverso i loro rappresentanti, hanno esplicitamente ammesso l’incapacità
di governare il Paese, mettendolo nelle mani dei tecnici che nel tentativo di
attuare politiche in grado di far inquadrare i conti al Paese, agiscono come
agirebbe un ragioniere che taglia le voci di spesa di un’azienda a conduzione
familiare. Il tutto nella più totale mancanza di legittimazione popolare.
I partiti provano a
reagire, alcuni attingono dalla società civile per darsi un tono meno politico,
altri fanno dell’antipolitica uno strumento per fare politica, altri ancora formano
liste civiche lungo il territorio per coprire le sigle partitiche, verso le
quali i cittadini sentono un forte senso di rifiuto.
Diverse reazioni, dunque,
ad una conseguenza che nasce dall’aver privato la politica del suo significato
letterale, in quanto arte di governare il Paese e la capacità di intraprendere
iniziative volte al raggiungimento del benessere comune.
I tecnici, per
definizione, si distinguono nella tutela e nel perseguimento di interessi
particolari, piuttosto che nel raggiungimento dell’interesse generale, al quale
ogni Popolo ha ragione di aspirare e così ogni governo che lo rappresenta. Non
è con i tecnici, dunque, che il sistema politico uscirà dall’immobilismo e tornerà
a rappresentare i cittadini, né gli slogan e la retorica fatta di promesse e di
parole mai avverate saranno utili a risolvere i problemi del Paese.
È la Politica ed i suoi
interpreti che sono mancati. Mancano proposte e progetti chiari per questo
Paese, avanzate da una classe politica nuova, all’altezza, che vive le
perplessità e le propensioni dei cittadini. Mancano coloro, come direbbe De
Gasperi, che agiscono pensando alle
prossime generazioni piuttosto che alle prossime elezioni.
Siano i giovani a farsi
spazio a gomiti larghi, per dare vitalità ad un Paese vecchio e trasandato.
Facciano della crisi un’opportunità. Siano questi il veicolo del rinnovamento,
scrollandosi dalle spalle le conseguenze di anni di malgoverno e dalle frizioni
di una classe dirigente che ha fallito e non vuole mettersi in discussione.
I cittadini incitino e
sostengano tutti quei giovani, e sono tanti, che partecipano al giogo ed alla
vita interna dei partiti e che troppo spesso ne rimangono ai margini finché non
si arrendono, che fanno la politica vera, tra la gente, nelle scuole, nelle
università, nelle piazze, tra disoccupati e i lavoratori con cui condividono
perplessità e paure, che non vivono di sogni e di illusioni. Preparati e dotati
di consapevole realismo politico, che hanno studiato, perché la Politica
occorre studiarla oltre che praticarla e sono consci del fatto che la loro
forza stia nella chiara e limpida concezione della politica come missione, come
servizio. Giovani che hanno le competenze, la grinta di dare un importante
impulso al rinnovamento politico, sociale e culturale di questo Paese, che non
fa altro che guardarsi ostinatamente indietro, precludendosi la possibilità di
andare avanti.
È la politica che manca
più di ogni cosa nella vita pubblica del nostro Paese, storditi negli anni dalle
performance di nani da giardino, vallette, corrotti e corruttori che si
esibivano in un tragicomico reality dal titolo: “Il fallimento di un Paese”. Ma
sono in molti ormai ad avere cambiato canale e gli ascolti adesso non possono
che calare.
Roberto Asaro