venerdì 30 novembre 2012

Palestina. Ammettere che esistano due Stati per prefigurare la loro coesistenza pacifica

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite si esprime a favore dello status di Osservatore all’Onu per l’Autorità Nazionale Palestinese. I voti favorevoli sono stati 138, quelli contrari 9, gli astenuti 41.

Europa divisa, per l'ennesima volta, su importanti questioni di politica estera. Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Austria, Belgio, Cipro, Danimarca, Finlandia, Irlanda, Lussemburgo, Malta, Svezia gli stati membri che hanno votato a favore.
La Repubblica Ceca l’unico stato membro dell’Ue ad aver votato contro l’accoglimento dello status di Osservatore alla Palestina. Si sono astenuti tutti gli altri.

L’ennesima occasione persa per dimostrare unità d’intenti e un impegno in proiezione del raggiungimento della necessaria integrazione politica del continente. Specie in un grave momento di crisi economica che, lungo la linea della Storia, ha sempre condotto gli Stati a scelte economiche e politiche “protezioniste” e “autarchiche”. 
L’Unione europea, attuale Nobel per la Pace, non ha superato il pregiudizio della Storia che vede gli Stati europei troppo orgogliosi per privarsi della possibilità di tutelare la propria posizione particolare nell’arena del sistema degli Stati che essi stessi hanno creato.

Gli Stati membri dell’Unione europea sono rimasti ancorati a preconcetti e strutture dell’azione politica internazionale che non hanno il coraggio né l’interesse ad abbandonare. Per questo non hanno colto l’opportunità di una scelta unitaria dal grande valore politico.
Riconoscere alla Palestina lo status di Osservatore all’Onu, non vuol dire disconoscere, tradire o isolare Israele, ma sottrarre una comunità che, nella normalità delle relazioni internazionali, viene sottoposta al ricatto da trattative bilaterali con uno Stato che è in grado di imporsi attraverso una maggiore forza relativa ed una partnership “abbiente”.

In quanto premio Nobel per la Pace, l’Unione europea ha il dovere di promuovere ogni azione volta a portare la pace in Medio Oriente attraverso una normalizzazione dei rapporti diplomatici tra stati, non tra stati e figli di nessuno. Ammettere che esistano due Stati è il primo passo per arrivare alla loro coesistenza pacifica. Quale modo migliore dunque, per la Comunità internazionale, di avviare questo percorso all’interno dell’Onu?
Il presidente Wilson, probabilmente, non avrebbe permesso il voto contrario del proprio Paese.

Roberto Asaro

venerdì 9 novembre 2012

Giovani IDV Firenze per una nuova rinascita del partito


Noi Giovani Italia dei Valori di Firenze non siamo soliti rispondere attraverso comunicati ai dirigenti del nostro partito, ma ci troviamo ad essere coinvolti in diatribe che non appartengono al nostro modo di fare politica e nelle quali pensiamo sia stata fraintesa la nostra posizione.
In un momento di rivoluzione, nella storia del nostro partito, siamo chiamati a dare risposte immediate ai cittadini, senza farsi prendere dal panico, dimostrando il proprio attaccamento al territorio, promuovendo le politiche del buon governo dell’Italia dei Valori, a tutti i livelli dell’Amministrazione.

Per questo motivo promuoviamo ed incitiamo la formazione di una struttura politica cittadina organizzata ed eletta democraticamente, che sia in grado di impiegare al meglio le risorse presenti nel partito ed instaurare un costante e reciproco confronto tra eletti ed iscritti, nel bene della città.

Non siamo “opportunisti”, né tanto meno abbiamo intenzione di “delegare la nostra rappresentanza” a qualcuno, sia ben chiaro. Siamo giovani iscritti a questo partito con la voglia di partecipare, di far politica nel miglior modo possibile e, nello stesso tempo, perseguire quella strada di rinnovamento che coinvolgerà inevitabilmente sia i vertici nazionali che quelli locali, anche nella nostra città. Siamo convinti che i partiti svolgano un indispensabile ruolo nel definire il reale assetto democratico del Paese e per questo sentiamo il dovere di pretendere una maggiore democraticità a tutti i livelli. Quindi ci troviamo in completa sintonia con lo spirito attuale del partito e del presidente Di Pietro.

Ci dissociamo, infine, da quanti in buona o cattiva fede utilizzano la sigla dei Giovani dell'Italia dei Valori in maniera strumentale per avvalorare posizioni politiche e di contrasto con la dirigenza locale.

Auspichiamo un dialogo costruttivo con i nostri dirigenti per spiegare con maggior precisione la nostra posizione e rimarginare in fretta questa ferita, senza avere più scontri sulla stampa e senza strumentalizzazioni di nessun genere.


Firmatari:
Paolo Rodari – Coordinatore giovani firenze
Lara Benfatto – Coordinatrice provinciale giovani
Mattia Ridolfi – Vice coordinatore provinciale giovani
Roberto Asaro – Vice coordinatore regionale giovani

mercoledì 6 giugno 2012

Non esiste soluzione tecnica alla Politica


“Ogni Popolo ha il governo che si merita”. Citazione comunemente usata ma sulla quale non capita spesso di soffermarsi a pensare concependola in quanto conseguenza delle scelte fatte dagli elettori nel segreto delle urne e della loro attenzione nei confronti dell’evoluzione delle dinamiche politiche.
Ma di questi tempi i cittadini sono privati persino dell’indispensabile responsabilità di scegliere i propri rappresentanti, siano questi eletti nelle Camere o membri del Governo e nel vivo di una situazione emergenziale ci appare drammaticamente come  dall’Italia la Politica latita da un bel po’ di anni.

Il sistema politico italiano ha dimostrato di non avere interpreti adeguati e capaci di rappresentare al meglio il Paese, che invece di adoperarsi per lasciare che una nuova e competente classe politica riscatti i cittadini, continua a perseverare nel mantenimento delle posizioni acquisite, ritardando artificiosamente quell’inevitabile processo di rinnovamento che storicamente avviene in maniera naturale  o attraverso un momento di rottura.
Da quarant’anni viviamo in un sistema politico blindato, obsoleto, paragonabile all’Inghilterra del primo Costituzionalismo, quando il Re nominava a vita i membri della Camera Alta che trasmettevano per eredità il proprio mandato. La classe politica del nostro Paese ha ormai perso quell’empatia che deve legarla al Popolo per capirne e condividerne i sentimenti e le intenzioni.
Persino la retorica, ormai vacua e sterile, è stata privata degli intenti dei Sofisti, alla quale avevano attribuito un’imprescindibile funzione educativa volta a mantenere viva l’attenzione del demos.

Conseguenza dell’inadeguatezza e delle imperiture frizioni di una classe politica che si ricicla piuttosto che rinnovarsi, è la contemporanea tendenza alla tecnocrazia. I partiti attraverso i loro rappresentanti, hanno esplicitamente ammesso l’incapacità di governare il Paese, mettendolo nelle mani dei tecnici che nel tentativo di attuare politiche in grado di far inquadrare i conti al Paese, agiscono come agirebbe un ragioniere che taglia le voci di spesa di un’azienda a conduzione familiare. Il tutto nella più totale mancanza di legittimazione popolare.

I partiti provano a reagire, alcuni attingono dalla società civile per darsi un tono meno politico, altri fanno dell’antipolitica uno strumento per fare politica, altri ancora formano liste civiche lungo il territorio per coprire le sigle partitiche, verso le quali i cittadini sentono un forte senso di rifiuto.
Diverse reazioni, dunque, ad una conseguenza che nasce dall’aver privato la politica del suo significato letterale, in quanto arte di governare il Paese e la capacità di intraprendere iniziative volte al raggiungimento del benessere comune.
I tecnici, per definizione, si distinguono nella tutela e nel perseguimento di interessi particolari, piuttosto che nel raggiungimento dell’interesse generale, al quale ogni Popolo ha ragione di aspirare e così ogni governo che lo rappresenta. Non è con i tecnici, dunque, che il sistema politico uscirà dall’immobilismo e tornerà a rappresentare i cittadini, né gli slogan e la retorica fatta di promesse e di parole mai avverate saranno utili a risolvere i problemi del Paese.

È la Politica ed i suoi interpreti che sono mancati. Mancano proposte e progetti chiari per questo Paese, avanzate da una classe politica nuova, all’altezza, che vive le perplessità e le propensioni dei cittadini. Mancano coloro, come direbbe De Gasperi, che  agiscono pensando alle prossime generazioni piuttosto che alle prossime elezioni.

Siano i giovani a farsi spazio a gomiti larghi, per dare vitalità ad un Paese vecchio e trasandato. Facciano della crisi un’opportunità. Siano questi il veicolo del rinnovamento, scrollandosi dalle spalle le conseguenze di anni di malgoverno e dalle frizioni di una classe dirigente che ha fallito e non vuole mettersi in discussione.
I cittadini incitino e sostengano tutti quei giovani, e sono tanti, che partecipano al giogo ed alla vita interna dei partiti e che troppo spesso ne rimangono ai margini finché non si arrendono, che fanno la politica vera, tra la gente, nelle scuole, nelle università, nelle piazze, tra disoccupati e i lavoratori con cui condividono perplessità e paure, che non vivono di sogni e di illusioni. Preparati e dotati di consapevole realismo politico, che hanno studiato, perché la Politica occorre studiarla oltre che praticarla e sono consci del fatto che la loro forza stia nella chiara e limpida concezione della politica come missione, come servizio. Giovani che hanno le competenze, la grinta di dare un importante impulso al rinnovamento politico, sociale e culturale di questo Paese, che non fa altro che guardarsi ostinatamente indietro, precludendosi la possibilità di andare avanti.
È la politica che manca più di ogni cosa nella vita pubblica del nostro Paese, storditi negli anni dalle performance di nani da giardino, vallette, corrotti e corruttori che si esibivano in un tragicomico reality dal titolo: “Il fallimento di un Paese”. Ma sono in molti ormai ad avere cambiato canale e gli ascolti adesso non possono che calare.

Roberto Asaro



lunedì 23 aprile 2012

Professionisti del fallimento di un Paese


“Dovunque noi saremo, colà sarà Roma”, disse Giuseppe Garibaldi quando francesi ed austriaci posero fine nel 1849 alla breve ma eroica esperienza della Repubblica Romana, esemplare laboratorio politico per l’intera Europa di idee democratiche basate sulla laicità dello Stato, sull’affermazione dei diritti civili e attenzione alla condizione dei lavoratori, sull’intangibilità della proprietà privata e sulla responsabilità di chi governa nei confronti del Popolo. Roma per cinque mesi da uno stato di secolare arretratezza diviene precursore di quel socialismo liberale di cui un secolo dopo Carlo Rosselli si farà promotore arricchendo l’incommensurabile fase storica della Resistenza antifascista e contribuendo a porre basi solide e durature al nascente spirito dell’Italia repubblicana, di cui la nostra Costituzione è il più alto simbolo.
Esempi di personalità che nella fase storica in cui vissero diedero qualcosa che andava oltre se stessi, personalità che in epoche ed in contesti differenti agirono per qualcosa di cui non erano stati investiti e di cui non avevano la reale percezione, ma di cui avevano intuito la grande aspirazione: la Comunità.
La Comunità di giovani, donne e uomini mossi dallo spirito risorgimentale, così come la Comunità nazionale che con estremo sacrificio e ineguagliabile orgoglio reagì alla deriva antifascista attraverso la Resistenza.
Oggi il nostro Paese vive un momento difficile, in cui l’austerità è d’obbligo e l’ordinaria amministrazione deve cedere il passo alla straordinarietà degli eventi. La nostra Comunità necessità di uno sforzo collettivo se non vuole implodere, da cui nessuno può esimersi, specie chi era nella cabina di comando della nave che oggi va a fondo.
Ma l’(ormai) ex Onorevole Cristaldi in un’intervista a “La Repubblica” è categorico sul suo ingaggio e sui soldi che ritiene debba ricevere: “Ancora troppo pochi, ancora niente per quello che faccio, per il lavoro che produco, per i sacrifici e lo stress di una vita di corsa”, che ha ritoccato del 30 per cento la sua indennità di sindaco che adesso ammonta a 4817 euro ed agli occhi del sindaco appare tuttavia come una somma “modesta, piccina”; ai quali si aggiungono 3500 euro di vitalizio maturati da presidente dell’Assemblea siciliana e 5839 euro di vitalizio da Deputato.
“Troppo pochi soldi, ancora troppo pochi. Tu vuoi che governi e lo faccia bene? E allora paga”, conclude il sindaco. Altro che Comunità! Cristaldi, come i suoi colleghi, chiede il conto di ciò che ritiene gli sia dovuto, senza dar conto ai cittadini di ciò che invece sarebbe loro dovuto. La politica come “missione” ha ceduto il passo alla politica come affermazione, senza esclusione di colpi. E poco importa se al giorno d’oggi non esiste vincolo di responsabilità degli eletti nei confronti degli elettori, visto che in Parlamento non siedono più rappresentanti del Popolo, ma discepoli investiti nelle segreterie di partito da mistici personaggi “unti dal signore” e capi tribù avvezzi a riti celtici che comunicano emettendo peti attraverso la bocca.
Esattamente cos’ha fatto di più il sindaco, per essere così esigente in termini economici, rispetto ad un ricercatore precario che, seppur rappresenti l’eccellenza di un Paese che stenta a crescere, preferisce emigrare ed essere gratificato piuttosto che vivere nella precarietà dei suoi ottocento euro mensili a progetto? Cosa ha fatto l’ex parlamentare e la sua generazione di dirigenti politici alla guida del Paese e della Regione oltre ad aver agevolato l’esodo di più di 70 mila giovani ogni anno che dal Sud si spostano al nord perché la propria Regione vive in uno stato di perenne arretratezza che fa comodo a molti? Perché dovremmo pagare fior di quattrini per un “professionista” che insieme alla classe politica di cui ha fatto parte a Montecitorio ha preso atto del proprio fallimento, lasciando il passo ad un governo di tecnici per la palese incapacità di governare ulteriormente?
Cito le parole di Gramsci ne “Gli Indifferenti”, poiché non esiste esempio più alto di un uomo che di fronte a se stesso si interroga su quanto ha fatto e su quanto c’era da fare: “Odio gli indifferenti […] alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente […] . Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime”.
Roberto Asaro

venerdì 8 aprile 2011

La libertà come motore dello sviluppo


Lo sviluppo è un fattore centrale, indispensabile all’interno di un’organizzazione statale, specie in una società globalizzata retta sui principi della competizione e della libera concorrenza. Di contro uno Stato andrebbe verso il regresso sociale, culturale, economico, politico giungendo ad un irrimediabile degrado di tutte quelle istituzioni istituite per favorire la convivenza e lo sviluppo appunto.

Ritengo doveroso chiarire che lo sviluppo cui si fa riferimento tra queste righe è generalmente inteso e non nella sua mera accezione economica. Ci riferiamo dunque a quello sviluppo di cui l’ambito economico è si, fattore indispensabile, ma non esclusivo, tantomeno fine a se stesso.

Ci riferiamo dunque a quello sviluppo culturale, sociale, politico, economico per cui ogni Governo si propone di operare di fronte al Popolo sovrano nelle democrazie contemporanee e da quest’ultimo riceve domande (input) e dà risposte (output). Se le risposte, date dalle decisioni e dalle politiche del Governo, alle domande dei gruppi di pressione, delle associazioni, dei cittadini più in generale non sono da ritenersi soddisfacenti, questi ultimi risponderanno con altri input dai quali i “governanti” non possono astenersi.

Qualora un governo, democraticamente inteso, non opera in favore ed in rappresentanza degli interessi del Popolo ed ai fini dello sviluppo e del progresso dello Stato, è dovere, oltre che diritto dei cittadini agire in difesa ed a tutela di quello stesso sviluppo che costituisce la linfa vitale di una comunità statale, privando i propri rappresentanti presso le sedi istituzionali della fiducia oppure agendo attraverso un antico e fondamentale istituto: il “diritto alla resistenza”, che nei secoli ha portato alla razionalizzazione delle istituzioni politiche ed a grandi e memorabili conquiste civili, politiche, sociali.

Lo sviluppo di uno Stato passa attraverso il contributo dei cittadini, dunque, e di tutti quegli individui che vivono e risiedono all’interno del territorio nazionale.

Ma in che modo un individuo può partecipare allo sviluppo del Paese? Attraverso il lavoro, la produzione, l’ingegno … Ma affinché gli individui possano essere parte del più organico sviluppo di uno Stato, occorre che questi siano liberi. Una parola molto ambigua nel lessico politico, la libertà, che può voler dire tutto ed il contrario di tutto, sulla bocca di dittatori e farabutti della politica di oggi, come di ieri. Tutti pronti ad esprimere parole positive verso tale principio, che nei fatti però rimane inattuato nei confronti di molti cittadini.

Per chiarirne il significato ci rifacciamo all’espressione di John Stuart Mill contenuta in quello che è considerato un grande classico del pensiero liberale: “La libertà”, scritto nel 1858: “La ragione propria della libertà umana comprende prima di tutto gli intimi domini della coscienza; esige libertà di coscienza nel senso più ampio del termine; libertà di pensare e di sentire; assoluta libertà di opinioni e di sentimenti in qualsiasi campo, pratico o speculativo, scientifico, morale o teologico. In secondo luogo, il nostro principio esige libertà di gusti e di occupazioni; libertà di disegnare il piano della nostra vita nel modo più consono al carattere di ognuno; di agire come meglio ci aggrada, affrontando tutte le conseguenze che possono derivarne, senza essere intralciati dai nostri simili finché quel che facciamo non arreca loro alcun danno, e anche se dovessero pensare che il nostro comportamento sia sciocco, depravato e moralmente scorretto. In terzo luogo, dalla libertà di ogni singolo individuo discende la libertà di associazione fra individui. L’unica libertà che merita questo nome è quella di perseguire a modo nostro il nostro bene, sempre che non cerchiamo di privare gli altri del loro. Ognuno di noi è a giusto titolo il guardiano della nostra salute, sia fisica, sia mentale e spirituale”.

Dopo aver letto ciò che Mill ha da dire riguardo la libertà, siamo ancora così certi di vivere in un Paese che garantisce, tutela, preserva ed incentiva tali libertà?

Nel 1858 Mill scriveva: “E’ sperabile siano passati, ormai, i tempi in cui bisognava difendere la libertà di stampa come una delle garanzie contro governi corrotti o tirannici”, ma sappiamo bene quanto i servizi d’informazione libera ed indipendente siano “messi al bando” ancora 153 anni dopo queste affermazioni, in un Paese civile come il nostro. Ed ancora, utilizzando le parole di un grande uomo, prima ancora che un grande presidente della Repubblica, qual è stato Sandro Pertini: “Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha un lavoro, che è umiliato perché è gay, che non sa come mantenere i suoi figli ed educarli? Questo non è un uomo libero!”

Così come non è un uomo libero quello a cui per legge gli viene privata l’intima, personale e preventiva libertà di ottenere la sospensione dell’alimentazione e l’idratazione qualora dovesse trovarsi in persistente stato vegetativo. Privato di questa libertà perché lo Stato in cui questo si trova si è arrogato un diritto che non gli appartiene, non gli è mai appartenuto e mai gli apparterrà: il diritto di decidere sul corpo e sulla vita di un individuo.

Come può un’organizzazione statale che priva i cittadini di tali ed imprescindibili libertà sostanziali, ambire ad uno sviluppo organico, progressivo e coerente? Occorre che i cittadini riacquisiscano la consapevolezza del proprio “potere”, delle proprie facoltà per dare nuovo slancio ad un Paese in ginocchio, governato da incompetenti e millantatori che non hanno ricevuto neppure il dono della furbizia. “Chi lascia al mondo o alla parte di mondo in cui vive il compito di scegliere in sua vece il progetto della propria vita non ha bisogno di altre facoltà se non l’imitazione, la facoltà delle scimmie”.

Thoreau scriveva ne “La disobbedienza civile”: “La realtà è che di disobbedienti civili il mondo avrà sempre bisogno, perché il potere tende a corrompere ed il potere assoluto corrompe assolutamente”; c’è dunque un rapporto direttamente proporzionale tra il potere acquisito ed il grado di corruttibilità dei nostri rappresentanti, verso i quali i cittadini rappresentano l’unico deterrente. “Il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza, uomini pronti a pagare di persona per le denunce dell’immondizia della politica fatta di gente a caccia di prebende e privilegi, rappresentano il sale della terra”, dunque scriveva Thoreau nel 1849. Parole più che mai attuali e tutt’altro che passate. “Tutti riconoscono che esiste un diritto alla rivoluzione, il diritto di rifiutare obbedienza o di opporsi a un governo la cui inefficienza o tirannia siano grandi ed insopportabili”. Allora cosa aspettiamo, quale consiglio o suggerimento divino dobbiamo attendere affinché l’Italia abbia finalmente il governo che si meriti, che non ci faccia arrossire di vergogna d’innanzi agli occhi sbalorditi e stupefatti del mondo intero?

Gli uomini, come i governi, devono agire al meglio delle proprie possibilità, solo in tal modo, la libertà potrà costituire il motore per uno sviluppo senza precedenti.

Roberto Asaro

Nessuna ideologia. Manifestiamo per riprenderci il nostro futuro


“Servono arresti preventivi, qui ci vuole un Sette aprile. Mi riferisco a quel giorno del 1979 in cui furono arrestati tanti capi dell'estrema sinistra collusi con il terrorismo... Qui serve una vasta e decisa azione preventiva per non far vivere all'Italia nuove stagioni di terrore”.

Che Gasparri non fosse il miglior politico degli “ultimi 150 anni” lo si sapeva già, prima ancora che impreziosisse la sua brillante carriera con le ultime dichiarazioni degne della miglior Repubblica delle banane. Purtroppo però questa volta le parole del Senatore rischiano di esasperare gli animi già caldi di queste settimane, con le sue proposte da statista contemporaneo, che hanno tutto il sapore della provocazione in un momento già molto delicato, attraverso paragoni inattuali ed assolutamente improponibili tra gli eventi di oggi e quelli del 7 aprile del 1979. “I fatti che portarono agli arresti del 7 aprile – dice l’allora pm Calogero – si svilupparono all’interno di un preciso disegno strategico d’insurrezione per sovvertire il sistema. Oggi invece non c’è un’ideologia, un disegno strategico dietro il malessere. Ecco perché non c’è una situazione di pericolo che possa giustificare maxiretate o blitz di polizia”.

Le dichiarazioni di Gasparri si aggiungono al quantomeno ridicolo atteggiamento del Ministro della Difesa La Russa che aggredisce verbalmente uno studente dandogli del “vigliacco!” nel corso della trasmissione “Annozero”, con una prepotenza ed un totale rifiuto rispetto ad ogni predisposizione all’ascolto, quando lui stesso partecipò nel ‘73 a cortei vietati dalla Questura in cui venivano lanciate bombe a mano contro le forze dell’ordine ed una delle quali colpì a morte un agente di Polizia, Antonio Marino.

Un vero e proprio festival dell’ipocrisia quello condotto dagli esponenti dell’attuale maggioranza, che auspicano misure inapplicabili nel nostro ordinamento per far fronte alle proteste ed alle manifestazioni.

“Non si può far finta di nulla di fronte al malessere che sta alla base della protesta”, afferma il Presidente della Repubblica, ma sembra che neppure le dichiarazioni della prima carica dello Stato verranno accolte.

La verità è che in questo momento ai giovani non sembra pensare nessuno, tantomeno una classe dirigente impegnata in vacue strategie pre-elettorali che non lasciano spazio ai veri problemi del Paese. Nel Paese in cui il precariato è divenuto un lusso per pochi di fronte alla disoccupazione imperante, il Governo accusa i giovani manifestanti ed invita i genitori a tenere a casa i propri figli.

Ma il nostro è un disagio che riguarda l’intero sistema Paese, un sistema scolastico che appare in profondo e continuo degrado, da molto tempo. Ecco cosa c'è al fondo della protesta degli studenti; a ciò si aggiungono le categorie dei lavoratori precari, dei disoccupati, dei ricercatori e di tutti quei cittadini consapevoli di vivere in un Paese che non vede all’orizzonte alcun margine di miglioramento. Scuola e Università sono un crocevia essenziale per la vita delle persone, a cui le famiglie affidano la formazione e la “custodia” dei figli. Una generazione sospesa. Precaria di professione. Professionisti della precarietà.

Nella manifestazione del nostro disagio non siamo mossi da ideologia alcuna, ma da un’irrefrenabile volontà di riprenderci quel futuro di cui siamo stati privati. La nostra non è una presa di posizione basata su preconcetti e schieramenti precostituiti, ma mossa da una triste consapevole realtà che ci vede privati degli Istituti fondamentali alla nostra crescita, alla nostra affermazione, al nostro futuro.

Ribadiamo al Senatore Gasparri che con noi giovani bisogna discutere, confrontarsi, e non mostrare i muscoli, ostentare una superiorità nel dispiegamento di forze che nessuno ritiene sia necessario.

Noi protesteremo e manifesteremo impartendo una lezione di Democrazia a chi in questi giorni è tornato ad utilizzare il linguaggio fascista per proporre arresti preventivi, zone rosse e Daspo per i cortei.

Roberto Asaro

Il ruolo dell’individuo nella Comunità Internazionale


In ogni ordinamento giuridico statale sono previsti degli organi centrali responsabili dell’attività di produzione normativa, della soluzione delle controversie e dell’attuazione del diritto, ed i destinatari delle norme giuridiche negli ordinamenti statali sono gli individui legati allo Stato da un rapporto di cittadinanza effettiva e tutti i soggetti dotati di personalità giuridica.

L’ordinamento internazionale si muove in una direzione opposta rispetto agli ordinamenti interni: innanzitutto non vi è un’autorità centrale in grado di emanare leggi e assicurarne il rispetto in maniera coercitiva; per questo la comunità internazionale viene definita “anorganica”. Inoltre gli Stati vengono considerati i soggetti primari nell’ordinamento internazionale poiché la comunità internazionale è nata in seguito all’affermazione del moderno Stato nazionale tra il XV e il XVII secolo grazie alla formazione di Stati indipendenti dalla Chiesa e dall’Impero, tra i quali vige il principio di uguaglianza giuridica, mentre gli individui svolgono un ruolo secondario, poiché ritenuti internazionalmente deboli e sottoposti alla giurisdizione dello Stato di cui sono cittadini.

Mentre il diritto interno determina i requisiti che enti, organizzazioni ed individui devono possedere per ottenere il riconoscimento della personalità giuridica, l'ordinamento internazionale non stabilisce con che modalità debba essere costituito uno Stato, bensì ne accerta l'esistenza. Tuttavia se si esaminano le norme internazionali consuetudinarie che stabiliscono i diritti e gli obblighi giuridici fondamentali degli Stati, appare lampante che gli Stati cui sono indirizzati tali norme debbano possedere tre elementi per poter avere una soggettività giuridica internazionalmente rilevante: un governo che eserciti in maniera effettiva il controllo su una determinata comunità territoriale e dunque un territorio ed un popolo sui quali esercitare un controllo effettivo e stabile. Dunque il diritto internazionale è largamente basato sul principio di effettività, secondo il quale soltanto le pretese e le situazioni solidamente costituite nella realtà acquistano rilevanza giuridica. Per cui uno Stato potrà pretendere uno status internazionale soltanto qualora sia riuscito ad esercitare un dominio effettivo su un dato territorio e su una comunità ivi stanziata.

Tuttavia dalla Seconda guerra mondiale, il diritto internazionale ha subito importanti trasformazioni, per cui il principio di effettività non è più sufficiente agli Stati per poter ottenere una soggettività giuridica. L’ampia sfera di libertà di cui godevano gli Stati in passato, ha subito rilevanti limitazioni; questi infatti sono vincolati da trattati internazionali e norme consuetudinarie nel rispettare i diritti umani, tutelare il principio di autodeterminazione dei popoli ed il divieto dell’ uso della forza come strumento di politica estera. Il concetto di “diritti umani” viene coniato con il processo di Norimberga quando ci si rese conto che nell’ordinamento internazionale non vi erano norme che condannavano le atrocità commesse dalla Germania nazista. Da allora l’ONU e tutte le Organizzazioni Internazionali comprese quelle non governative, che col tempo sono state istituite, si impegnarono affinché tale concetto avesse un fondamento ed una copertura giuridica. Da allora vi sono norme che impongono ad ogni Stato il rispetto di alcuni diritti fondamentali, quale che sia la nazionalità dell’individuo, contenute nella Convenzione Europea dei diritti umani, nel Patto delle Nazioni Unite sui diritti civili e politici e il Patto delle Nazioni Unite sui diritti economici, sociali e culturali o nella Carta africana dei diritti umani e dei popoli ed in qualsiasi altro trattato stipulato dagli Stati o la formazione di una norma consuetudinaria.

Oggi al tradizionale principio di effettività si affianca il nuovo ed indispensabile principio che disconosce la legittimità di fatti e situazioni che sono incompatibili con certi valori fondamentali posti a tutela dell’individuo.

Su questa tematica relativa al trattamento degli individui in quanto tali -e non come mere “pertinenze” degli Stati di appartenenza- prende forma la contraddizione tra il diritto internazionale “tradizionale” inteso come Comunità di Stati e dei rapporti tra questi ed il “nuovo” diritto internazionale fatto di diritti ed obblighi che investono direttamente gli individui estrapolati dal proprio contesto nazionale. Gli individui nel nuovo diritto internazionale vengono considerati soggetti e dunque destinatari di norme internazionali che superano le frontiere nazionali.

Una contraddizione questa che noi tutti ci auguriamo divenga il superamento di quel diritto internazionale a misura e discrezione degli Stati sovrani in cui l’individuo assume un ruolo secondario se non irrilevante. Tale contraddizione è oggi più che mai alla portata di tutti, e vede purtroppo ancora moltissimi Stati e regimi calpestare la dignità dei propri cittadini e dei loro diritti fondamentali.

Un ruolo fondamentale in tale ambito ricopre e continuerà a ricoprire la società civile che attraverso le Ong, i report e le denunce sarà in grado di porre agli occhi di tutti le contraddizioni ed il trattamento che ancora nel XXI secolo l’uomo subisce in alcune parti del mondo. È grazie alla società civile di certo e non grazie a taluni governi se oggi conosciamo Liu Xiobao, ultimo premio Nobel per la Pace, prigioniero e dissidente del regime cinese, o Sakineh, condannata a morte in Iran. È grazie all’occhio vigile ed attento della società civile se Israele riceve continue condanne e dissensi per la propria condotta verso i palestinesi o se negli Stati Uniti si contano sulle dita di una mano gli Stati che ammettono ancora la condanna a morte per taluni reati.

La società civile oggi più che mai rappresenta la chiave di volta per un nuovo modo di intendere il mondo ed i rapporti tra chi vi abita, arbitro vigile ed attento della condotta e delle azioni degli Stati.

Roberto Asaro