
Lo sviluppo è un fattore centrale, indispensabile all’interno di un’organizzazione statale, specie in una società globalizzata retta sui principi della competizione e della libera concorrenza. Di contro uno Stato andrebbe verso il regresso sociale, culturale, economico, politico giungendo ad un irrimediabile degrado di tutte quelle istituzioni istituite per favorire la convivenza e lo sviluppo appunto.
Ritengo doveroso chiarire che lo sviluppo cui si fa riferimento tra queste righe è generalmente inteso e non nella sua mera accezione economica. Ci riferiamo dunque a quello sviluppo di cui l’ambito economico è si, fattore indispensabile, ma non esclusivo, tantomeno fine a se stesso.
Ci riferiamo dunque a quello sviluppo culturale, sociale, politico, economico per cui ogni Governo si propone di operare di fronte al Popolo sovrano nelle democrazie contemporanee e da quest’ultimo riceve domande (input) e dà risposte (output). Se le risposte, date dalle decisioni e dalle politiche del Governo, alle domande dei gruppi di pressione, delle associazioni, dei cittadini più in generale non sono da ritenersi soddisfacenti, questi ultimi risponderanno con altri input dai quali i “governanti” non possono astenersi.
Qualora un governo, democraticamente inteso, non opera in favore ed in rappresentanza degli interessi del Popolo ed ai fini dello sviluppo e del progresso dello Stato, è dovere, oltre che diritto dei cittadini agire in difesa ed a tutela di quello stesso sviluppo che costituisce la linfa vitale di una comunità statale, privando i propri rappresentanti presso le sedi istituzionali della fiducia oppure agendo attraverso un antico e fondamentale istituto: il “diritto alla resistenza”, che nei secoli ha portato alla razionalizzazione delle istituzioni politiche ed a grandi e memorabili conquiste civili, politiche, sociali.
Lo sviluppo di uno Stato passa attraverso il contributo dei cittadini, dunque, e di tutti quegli individui che vivono e risiedono all’interno del territorio nazionale.
Ma in che modo un individuo può partecipare allo sviluppo del Paese? Attraverso il lavoro, la produzione, l’ingegno … Ma affinché gli individui possano essere parte del più organico sviluppo di uno Stato, occorre che questi siano liberi. Una parola molto ambigua nel lessico politico, la libertà, che può voler dire tutto ed il contrario di tutto, sulla bocca di dittatori e farabutti della politica di oggi, come di ieri. Tutti pronti ad esprimere parole positive verso tale principio, che nei fatti però rimane inattuato nei confronti di molti cittadini.
Per chiarirne il significato ci rifacciamo all’espressione di John Stuart Mill contenuta in quello che è considerato un grande classico del pensiero liberale: “La libertà”, scritto nel 1858: “La ragione propria della libertà umana comprende prima di tutto gli intimi domini della coscienza; esige libertà di coscienza nel senso più ampio del termine; libertà di pensare e di sentire; assoluta libertà di opinioni e di sentimenti in qualsiasi campo, pratico o speculativo, scientifico, morale o teologico. In secondo luogo, il nostro principio esige libertà di gusti e di occupazioni; libertà di disegnare il piano della nostra vita nel modo più consono al carattere di ognuno; di agire come meglio ci aggrada, affrontando tutte le conseguenze che possono derivarne, senza essere intralciati dai nostri simili finché quel che facciamo non arreca loro alcun danno, e anche se dovessero pensare che il nostro comportamento sia sciocco, depravato e moralmente scorretto. In terzo luogo, dalla libertà di ogni singolo individuo discende la libertà di associazione fra individui. L’unica libertà che merita questo nome è quella di perseguire a modo nostro il nostro bene, sempre che non cerchiamo di privare gli altri del loro. Ognuno di noi è a giusto titolo il guardiano della nostra salute, sia fisica, sia mentale e spirituale”.
Dopo aver letto ciò che Mill ha da dire riguardo la libertà, siamo ancora così certi di vivere in un Paese che garantisce, tutela, preserva ed incentiva tali libertà?
Nel 1858 Mill scriveva: “E’ sperabile siano passati, ormai, i tempi in cui bisognava difendere la libertà di stampa come una delle garanzie contro governi corrotti o tirannici”, ma sappiamo bene quanto i servizi d’informazione libera ed indipendente siano “messi al bando” ancora 153 anni dopo queste affermazioni, in un Paese civile come il nostro. Ed ancora, utilizzando le parole di un grande uomo, prima ancora che un grande presidente della Repubblica, qual è stato Sandro Pertini: “Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha un lavoro, che è umiliato perché è gay, che non sa come mantenere i suoi figli ed educarli? Questo non è un uomo libero!”
Così come non è un uomo libero quello a cui per legge gli viene privata l’intima, personale e preventiva libertà di ottenere la sospensione dell’alimentazione e l’idratazione qualora dovesse trovarsi in persistente stato vegetativo. Privato di questa libertà perché lo Stato in cui questo si trova si è arrogato un diritto che non gli appartiene, non gli è mai appartenuto e mai gli apparterrà: il diritto di decidere sul corpo e sulla vita di un individuo.
Come può un’organizzazione statale che priva i cittadini di tali ed imprescindibili libertà sostanziali, ambire ad uno sviluppo organico, progressivo e coerente? Occorre che i cittadini riacquisiscano la consapevolezza del proprio “potere”, delle proprie facoltà per dare nuovo slancio ad un Paese in ginocchio, governato da incompetenti e millantatori che non hanno ricevuto neppure il dono della furbizia. “Chi lascia al mondo o alla parte di mondo in cui vive il compito di scegliere in sua vece il progetto della propria vita non ha bisogno di altre facoltà se non l’imitazione, la facoltà delle scimmie”.
Thoreau scriveva ne “La disobbedienza civile”: “La realtà è che di disobbedienti civili il mondo avrà sempre bisogno, perché il potere tende a corrompere ed il potere assoluto corrompe assolutamente”; c’è dunque un rapporto direttamente proporzionale tra il potere acquisito ed il grado di corruttibilità dei nostri rappresentanti, verso i quali i cittadini rappresentano l’unico deterrente. “Il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza, uomini pronti a pagare di persona per le denunce dell’immondizia della politica fatta di gente a caccia di prebende e privilegi, rappresentano il sale della terra”, dunque scriveva Thoreau nel 1849. Parole più che mai attuali e tutt’altro che passate. “Tutti riconoscono che esiste un diritto alla rivoluzione, il diritto di rifiutare obbedienza o di opporsi a un governo la cui inefficienza o tirannia siano grandi ed insopportabili”. Allora cosa aspettiamo, quale consiglio o suggerimento divino dobbiamo attendere affinché l’Italia abbia finalmente il governo che si meriti, che non ci faccia arrossire di vergogna d’innanzi agli occhi sbalorditi e stupefatti del mondo intero?
Gli uomini, come i governi, devono agire al meglio delle proprie possibilità, solo in tal modo, la libertà potrà costituire il motore per uno sviluppo senza precedenti.
Roberto Asaro
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