venerdì 8 aprile 2011

La libertà come motore dello sviluppo


Lo sviluppo è un fattore centrale, indispensabile all’interno di un’organizzazione statale, specie in una società globalizzata retta sui principi della competizione e della libera concorrenza. Di contro uno Stato andrebbe verso il regresso sociale, culturale, economico, politico giungendo ad un irrimediabile degrado di tutte quelle istituzioni istituite per favorire la convivenza e lo sviluppo appunto.

Ritengo doveroso chiarire che lo sviluppo cui si fa riferimento tra queste righe è generalmente inteso e non nella sua mera accezione economica. Ci riferiamo dunque a quello sviluppo di cui l’ambito economico è si, fattore indispensabile, ma non esclusivo, tantomeno fine a se stesso.

Ci riferiamo dunque a quello sviluppo culturale, sociale, politico, economico per cui ogni Governo si propone di operare di fronte al Popolo sovrano nelle democrazie contemporanee e da quest’ultimo riceve domande (input) e dà risposte (output). Se le risposte, date dalle decisioni e dalle politiche del Governo, alle domande dei gruppi di pressione, delle associazioni, dei cittadini più in generale non sono da ritenersi soddisfacenti, questi ultimi risponderanno con altri input dai quali i “governanti” non possono astenersi.

Qualora un governo, democraticamente inteso, non opera in favore ed in rappresentanza degli interessi del Popolo ed ai fini dello sviluppo e del progresso dello Stato, è dovere, oltre che diritto dei cittadini agire in difesa ed a tutela di quello stesso sviluppo che costituisce la linfa vitale di una comunità statale, privando i propri rappresentanti presso le sedi istituzionali della fiducia oppure agendo attraverso un antico e fondamentale istituto: il “diritto alla resistenza”, che nei secoli ha portato alla razionalizzazione delle istituzioni politiche ed a grandi e memorabili conquiste civili, politiche, sociali.

Lo sviluppo di uno Stato passa attraverso il contributo dei cittadini, dunque, e di tutti quegli individui che vivono e risiedono all’interno del territorio nazionale.

Ma in che modo un individuo può partecipare allo sviluppo del Paese? Attraverso il lavoro, la produzione, l’ingegno … Ma affinché gli individui possano essere parte del più organico sviluppo di uno Stato, occorre che questi siano liberi. Una parola molto ambigua nel lessico politico, la libertà, che può voler dire tutto ed il contrario di tutto, sulla bocca di dittatori e farabutti della politica di oggi, come di ieri. Tutti pronti ad esprimere parole positive verso tale principio, che nei fatti però rimane inattuato nei confronti di molti cittadini.

Per chiarirne il significato ci rifacciamo all’espressione di John Stuart Mill contenuta in quello che è considerato un grande classico del pensiero liberale: “La libertà”, scritto nel 1858: “La ragione propria della libertà umana comprende prima di tutto gli intimi domini della coscienza; esige libertà di coscienza nel senso più ampio del termine; libertà di pensare e di sentire; assoluta libertà di opinioni e di sentimenti in qualsiasi campo, pratico o speculativo, scientifico, morale o teologico. In secondo luogo, il nostro principio esige libertà di gusti e di occupazioni; libertà di disegnare il piano della nostra vita nel modo più consono al carattere di ognuno; di agire come meglio ci aggrada, affrontando tutte le conseguenze che possono derivarne, senza essere intralciati dai nostri simili finché quel che facciamo non arreca loro alcun danno, e anche se dovessero pensare che il nostro comportamento sia sciocco, depravato e moralmente scorretto. In terzo luogo, dalla libertà di ogni singolo individuo discende la libertà di associazione fra individui. L’unica libertà che merita questo nome è quella di perseguire a modo nostro il nostro bene, sempre che non cerchiamo di privare gli altri del loro. Ognuno di noi è a giusto titolo il guardiano della nostra salute, sia fisica, sia mentale e spirituale”.

Dopo aver letto ciò che Mill ha da dire riguardo la libertà, siamo ancora così certi di vivere in un Paese che garantisce, tutela, preserva ed incentiva tali libertà?

Nel 1858 Mill scriveva: “E’ sperabile siano passati, ormai, i tempi in cui bisognava difendere la libertà di stampa come una delle garanzie contro governi corrotti o tirannici”, ma sappiamo bene quanto i servizi d’informazione libera ed indipendente siano “messi al bando” ancora 153 anni dopo queste affermazioni, in un Paese civile come il nostro. Ed ancora, utilizzando le parole di un grande uomo, prima ancora che un grande presidente della Repubblica, qual è stato Sandro Pertini: “Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha un lavoro, che è umiliato perché è gay, che non sa come mantenere i suoi figli ed educarli? Questo non è un uomo libero!”

Così come non è un uomo libero quello a cui per legge gli viene privata l’intima, personale e preventiva libertà di ottenere la sospensione dell’alimentazione e l’idratazione qualora dovesse trovarsi in persistente stato vegetativo. Privato di questa libertà perché lo Stato in cui questo si trova si è arrogato un diritto che non gli appartiene, non gli è mai appartenuto e mai gli apparterrà: il diritto di decidere sul corpo e sulla vita di un individuo.

Come può un’organizzazione statale che priva i cittadini di tali ed imprescindibili libertà sostanziali, ambire ad uno sviluppo organico, progressivo e coerente? Occorre che i cittadini riacquisiscano la consapevolezza del proprio “potere”, delle proprie facoltà per dare nuovo slancio ad un Paese in ginocchio, governato da incompetenti e millantatori che non hanno ricevuto neppure il dono della furbizia. “Chi lascia al mondo o alla parte di mondo in cui vive il compito di scegliere in sua vece il progetto della propria vita non ha bisogno di altre facoltà se non l’imitazione, la facoltà delle scimmie”.

Thoreau scriveva ne “La disobbedienza civile”: “La realtà è che di disobbedienti civili il mondo avrà sempre bisogno, perché il potere tende a corrompere ed il potere assoluto corrompe assolutamente”; c’è dunque un rapporto direttamente proporzionale tra il potere acquisito ed il grado di corruttibilità dei nostri rappresentanti, verso i quali i cittadini rappresentano l’unico deterrente. “Il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza, uomini pronti a pagare di persona per le denunce dell’immondizia della politica fatta di gente a caccia di prebende e privilegi, rappresentano il sale della terra”, dunque scriveva Thoreau nel 1849. Parole più che mai attuali e tutt’altro che passate. “Tutti riconoscono che esiste un diritto alla rivoluzione, il diritto di rifiutare obbedienza o di opporsi a un governo la cui inefficienza o tirannia siano grandi ed insopportabili”. Allora cosa aspettiamo, quale consiglio o suggerimento divino dobbiamo attendere affinché l’Italia abbia finalmente il governo che si meriti, che non ci faccia arrossire di vergogna d’innanzi agli occhi sbalorditi e stupefatti del mondo intero?

Gli uomini, come i governi, devono agire al meglio delle proprie possibilità, solo in tal modo, la libertà potrà costituire il motore per uno sviluppo senza precedenti.

Roberto Asaro

Nessuna ideologia. Manifestiamo per riprenderci il nostro futuro


“Servono arresti preventivi, qui ci vuole un Sette aprile. Mi riferisco a quel giorno del 1979 in cui furono arrestati tanti capi dell'estrema sinistra collusi con il terrorismo... Qui serve una vasta e decisa azione preventiva per non far vivere all'Italia nuove stagioni di terrore”.

Che Gasparri non fosse il miglior politico degli “ultimi 150 anni” lo si sapeva già, prima ancora che impreziosisse la sua brillante carriera con le ultime dichiarazioni degne della miglior Repubblica delle banane. Purtroppo però questa volta le parole del Senatore rischiano di esasperare gli animi già caldi di queste settimane, con le sue proposte da statista contemporaneo, che hanno tutto il sapore della provocazione in un momento già molto delicato, attraverso paragoni inattuali ed assolutamente improponibili tra gli eventi di oggi e quelli del 7 aprile del 1979. “I fatti che portarono agli arresti del 7 aprile – dice l’allora pm Calogero – si svilupparono all’interno di un preciso disegno strategico d’insurrezione per sovvertire il sistema. Oggi invece non c’è un’ideologia, un disegno strategico dietro il malessere. Ecco perché non c’è una situazione di pericolo che possa giustificare maxiretate o blitz di polizia”.

Le dichiarazioni di Gasparri si aggiungono al quantomeno ridicolo atteggiamento del Ministro della Difesa La Russa che aggredisce verbalmente uno studente dandogli del “vigliacco!” nel corso della trasmissione “Annozero”, con una prepotenza ed un totale rifiuto rispetto ad ogni predisposizione all’ascolto, quando lui stesso partecipò nel ‘73 a cortei vietati dalla Questura in cui venivano lanciate bombe a mano contro le forze dell’ordine ed una delle quali colpì a morte un agente di Polizia, Antonio Marino.

Un vero e proprio festival dell’ipocrisia quello condotto dagli esponenti dell’attuale maggioranza, che auspicano misure inapplicabili nel nostro ordinamento per far fronte alle proteste ed alle manifestazioni.

“Non si può far finta di nulla di fronte al malessere che sta alla base della protesta”, afferma il Presidente della Repubblica, ma sembra che neppure le dichiarazioni della prima carica dello Stato verranno accolte.

La verità è che in questo momento ai giovani non sembra pensare nessuno, tantomeno una classe dirigente impegnata in vacue strategie pre-elettorali che non lasciano spazio ai veri problemi del Paese. Nel Paese in cui il precariato è divenuto un lusso per pochi di fronte alla disoccupazione imperante, il Governo accusa i giovani manifestanti ed invita i genitori a tenere a casa i propri figli.

Ma il nostro è un disagio che riguarda l’intero sistema Paese, un sistema scolastico che appare in profondo e continuo degrado, da molto tempo. Ecco cosa c'è al fondo della protesta degli studenti; a ciò si aggiungono le categorie dei lavoratori precari, dei disoccupati, dei ricercatori e di tutti quei cittadini consapevoli di vivere in un Paese che non vede all’orizzonte alcun margine di miglioramento. Scuola e Università sono un crocevia essenziale per la vita delle persone, a cui le famiglie affidano la formazione e la “custodia” dei figli. Una generazione sospesa. Precaria di professione. Professionisti della precarietà.

Nella manifestazione del nostro disagio non siamo mossi da ideologia alcuna, ma da un’irrefrenabile volontà di riprenderci quel futuro di cui siamo stati privati. La nostra non è una presa di posizione basata su preconcetti e schieramenti precostituiti, ma mossa da una triste consapevole realtà che ci vede privati degli Istituti fondamentali alla nostra crescita, alla nostra affermazione, al nostro futuro.

Ribadiamo al Senatore Gasparri che con noi giovani bisogna discutere, confrontarsi, e non mostrare i muscoli, ostentare una superiorità nel dispiegamento di forze che nessuno ritiene sia necessario.

Noi protesteremo e manifesteremo impartendo una lezione di Democrazia a chi in questi giorni è tornato ad utilizzare il linguaggio fascista per proporre arresti preventivi, zone rosse e Daspo per i cortei.

Roberto Asaro

Il ruolo dell’individuo nella Comunità Internazionale


In ogni ordinamento giuridico statale sono previsti degli organi centrali responsabili dell’attività di produzione normativa, della soluzione delle controversie e dell’attuazione del diritto, ed i destinatari delle norme giuridiche negli ordinamenti statali sono gli individui legati allo Stato da un rapporto di cittadinanza effettiva e tutti i soggetti dotati di personalità giuridica.

L’ordinamento internazionale si muove in una direzione opposta rispetto agli ordinamenti interni: innanzitutto non vi è un’autorità centrale in grado di emanare leggi e assicurarne il rispetto in maniera coercitiva; per questo la comunità internazionale viene definita “anorganica”. Inoltre gli Stati vengono considerati i soggetti primari nell’ordinamento internazionale poiché la comunità internazionale è nata in seguito all’affermazione del moderno Stato nazionale tra il XV e il XVII secolo grazie alla formazione di Stati indipendenti dalla Chiesa e dall’Impero, tra i quali vige il principio di uguaglianza giuridica, mentre gli individui svolgono un ruolo secondario, poiché ritenuti internazionalmente deboli e sottoposti alla giurisdizione dello Stato di cui sono cittadini.

Mentre il diritto interno determina i requisiti che enti, organizzazioni ed individui devono possedere per ottenere il riconoscimento della personalità giuridica, l'ordinamento internazionale non stabilisce con che modalità debba essere costituito uno Stato, bensì ne accerta l'esistenza. Tuttavia se si esaminano le norme internazionali consuetudinarie che stabiliscono i diritti e gli obblighi giuridici fondamentali degli Stati, appare lampante che gli Stati cui sono indirizzati tali norme debbano possedere tre elementi per poter avere una soggettività giuridica internazionalmente rilevante: un governo che eserciti in maniera effettiva il controllo su una determinata comunità territoriale e dunque un territorio ed un popolo sui quali esercitare un controllo effettivo e stabile. Dunque il diritto internazionale è largamente basato sul principio di effettività, secondo il quale soltanto le pretese e le situazioni solidamente costituite nella realtà acquistano rilevanza giuridica. Per cui uno Stato potrà pretendere uno status internazionale soltanto qualora sia riuscito ad esercitare un dominio effettivo su un dato territorio e su una comunità ivi stanziata.

Tuttavia dalla Seconda guerra mondiale, il diritto internazionale ha subito importanti trasformazioni, per cui il principio di effettività non è più sufficiente agli Stati per poter ottenere una soggettività giuridica. L’ampia sfera di libertà di cui godevano gli Stati in passato, ha subito rilevanti limitazioni; questi infatti sono vincolati da trattati internazionali e norme consuetudinarie nel rispettare i diritti umani, tutelare il principio di autodeterminazione dei popoli ed il divieto dell’ uso della forza come strumento di politica estera. Il concetto di “diritti umani” viene coniato con il processo di Norimberga quando ci si rese conto che nell’ordinamento internazionale non vi erano norme che condannavano le atrocità commesse dalla Germania nazista. Da allora l’ONU e tutte le Organizzazioni Internazionali comprese quelle non governative, che col tempo sono state istituite, si impegnarono affinché tale concetto avesse un fondamento ed una copertura giuridica. Da allora vi sono norme che impongono ad ogni Stato il rispetto di alcuni diritti fondamentali, quale che sia la nazionalità dell’individuo, contenute nella Convenzione Europea dei diritti umani, nel Patto delle Nazioni Unite sui diritti civili e politici e il Patto delle Nazioni Unite sui diritti economici, sociali e culturali o nella Carta africana dei diritti umani e dei popoli ed in qualsiasi altro trattato stipulato dagli Stati o la formazione di una norma consuetudinaria.

Oggi al tradizionale principio di effettività si affianca il nuovo ed indispensabile principio che disconosce la legittimità di fatti e situazioni che sono incompatibili con certi valori fondamentali posti a tutela dell’individuo.

Su questa tematica relativa al trattamento degli individui in quanto tali -e non come mere “pertinenze” degli Stati di appartenenza- prende forma la contraddizione tra il diritto internazionale “tradizionale” inteso come Comunità di Stati e dei rapporti tra questi ed il “nuovo” diritto internazionale fatto di diritti ed obblighi che investono direttamente gli individui estrapolati dal proprio contesto nazionale. Gli individui nel nuovo diritto internazionale vengono considerati soggetti e dunque destinatari di norme internazionali che superano le frontiere nazionali.

Una contraddizione questa che noi tutti ci auguriamo divenga il superamento di quel diritto internazionale a misura e discrezione degli Stati sovrani in cui l’individuo assume un ruolo secondario se non irrilevante. Tale contraddizione è oggi più che mai alla portata di tutti, e vede purtroppo ancora moltissimi Stati e regimi calpestare la dignità dei propri cittadini e dei loro diritti fondamentali.

Un ruolo fondamentale in tale ambito ricopre e continuerà a ricoprire la società civile che attraverso le Ong, i report e le denunce sarà in grado di porre agli occhi di tutti le contraddizioni ed il trattamento che ancora nel XXI secolo l’uomo subisce in alcune parti del mondo. È grazie alla società civile di certo e non grazie a taluni governi se oggi conosciamo Liu Xiobao, ultimo premio Nobel per la Pace, prigioniero e dissidente del regime cinese, o Sakineh, condannata a morte in Iran. È grazie all’occhio vigile ed attento della società civile se Israele riceve continue condanne e dissensi per la propria condotta verso i palestinesi o se negli Stati Uniti si contano sulle dita di una mano gli Stati che ammettono ancora la condanna a morte per taluni reati.

La società civile oggi più che mai rappresenta la chiave di volta per un nuovo modo di intendere il mondo ed i rapporti tra chi vi abita, arbitro vigile ed attento della condotta e delle azioni degli Stati.

Roberto Asaro

Dove finisce la Democrazia


Democrazia diceva Caponnetto, è: “la forma di organizzazione umana che assicura a tutti i cittadini il godimento dei diritti fondamentali ed offre ad essi pari opportunità dentro un sistema capace di garantire libertà ed uguaglianza, nonché adeguati controlli sull’uso del potere”.

L’essenza e l’esistenza della Democrazia si muove all’interno del perimetro della: libertà ed eguaglianza politica , libertà liberali, e giustizia sociale , i quali rappresentano il “triangolo” dei principi etici entro cui la Democrazia si presenta leibnizianamente come il “migliore dei mondi possibili” tra le odierne forme di Stato.

Ma le democrazie contemporanee tendono a porsi al di fuori di questo “triangolo”. Perciò possiamo senza riserve prendere atto della crisi che la democrazia oggi vive, una crisi dei princìpi etici fondanti. Il principio di eguaglianza sembra in ginocchio di fronte alla cultura anti-egualitaria. Il principio di libertà è telecomandato dalla manipolazione televisiva delle coscienze.

Basta osservare (neppure tanto attentamente) quale esempio attuale e pratico della teoria appena esposta, il maggiore partito in Italia alla guida del Governo che attraverso logiche demagogiche e neopopuliste basa la propria strategia politica su una presunta incontestabile, unica volontà del Popolo, di cui gli stessi dirigenti, presenti nelle istituzioni si fanno portatori, ma che molto più realisticamente altro non sono che portatori di una “caricatura della Democrazia”, o meglio ancora di un’”autocrazia elettiva” mascherata da democrazia (così come Michelangelo Bovero definisce le cd. antidemocrazie che presentano le suddette caratteristiche) .

E’ ancora una volta il filosofo politico Bovero a definire tali “manifestazioni di ”, alle quali stiamo assistendo, col termine fascismo post-moderno, che dal fascismo storico riprendono “ l’inganno demagogico”, che fomentano, tutelano, mirano a mantenere l’accentuata personalizzazione della politica esprimendo figure di dubbio valore carismatico, che mirano al rafforzamento dell’esecutivo (dopo averlo conquistato) indebolendo vincoli e controlli, che “agiscono in forme eversive dell’ordine consolidato nelle architetture costituzionali”.

Marx sosteneva che molti fenomeni storici si presentano due volte, prima in “tragedia” poi in “farsa”; il politologo Bobbio aggiungeva che “il fascismo era stato insieme tragedia e farsa”, “ in cui convissero la persecuzione degli ebrei e l’obbligo di uscire nei giorni comandati con le divise d’orbace ed i gambali”; la realtà dei fatti oggi, superando Marx e Bobbio ha invertito la successione temporale della tragedia che precede la farsa, per cui molti episodi politici che oggi assumono forme farsesche, di fascismo post-moderno di cui siamo spettatori potrebbero in un futuro non troppo lontano sfociare in nuove tragedie.

La pratica democratica e la conseguente partecipazione dei cittadini alla vita politica ha da sempre costituito l’antidoto più adatto contro le tendenze e le derive antidemocratiche. Per cui il cittadino con il proprio grado di partecipazione contribuisce e determina la condotta più o meno democratica del proprio Governo e dunque del proprio Paese, mai il contrario.

Non avremo mai una Democrazia all’altezza se i cittadini non divengono arbitri. C’è assoluto bisogno di cittadini che abbiano informazioni politiche adeguate, c’è assoluto bisogno di cittadini che nutrono interesse per la politica; e non per forza questi devono far parte di un’assemblea rappresentativa, di un’associazione, di un partito. Occorre che questi siano coscienti della possibilità di incidere sulle decisioni e rovesciarle se è il caso.

Roberto Asaro